Vai allo sportello e ti propongono un investimento “sicuro”: i diamanti. Ma non è proprio così. Siamo andati in quattro banche per vedere come funziona. Correttezza e trasparenza latitano e i prezzi sono almeno il doppio di quelli del mercato. A conti fatti, non è un buon affare. In corso le indagini di Consob e Antitrust.

In tempi di magra per gli investimenti tradizionali in titoli di Stato e obbligazioni, gli istituti di credito hanno individuato il diamante come bene rifugio, come possibilità di investimento da proporre ai clienti. A denunciare il fenomeno era stato Report, il programma di Rai Tre, con un’inchiesta andata in onda lo scorso ottobre. Abbiamo ricevuto diverse segnalazioni di soci preoccupati. Lo diciamo subito: non è un buon affare. Troppe incognite e un circuito chiuso che non guarda al mercato.

Le principali banche italiane hanno fatto accordi commerciali con tre grosse società che vendono i diamanti (come risulta dai siti delle società stesse):

  • DLB – Diamond Love Bond (Ubi banca);
  • DPI – Diamond Private Investment (Intesa Sanpaolo, Monte dei Paschi di Siena, Banca Popolare di Milano, Banca Popolare dell’Emilia Romagna, 50 banche di credito cooperativo, Widiba…);
  • IDB – Intermarket Diamond Business (Unicredit, Banco Popolare, Carige, Banca popolare di Bari).

Ma come si investe in diamanti? Allo sportello viene proposto come investimento sicuro, redditizio ed esentasse, ma a lungo termine. Peccato che vendere la pietra quando si ha bisogno di liquidità non è semplice come viene prospettato: il prezzo a cui viene venduta al cliente è almeno il doppio dei valori di mercato e le commissioni di uscita sono piuttosto salate. Il sistema funziona finché la banca trova un altro cliente a cui rivendere il diamante a quel prezzo gonfiato. Quindi, nel circuito chiuso che si viene a creare. Ma chi ci dà la certezza che questo sarà possibile tra 10-20 anni cioè, al termine del tempo consigliato dalla banca e dalle società per l’investimento? Nessuno. La bolla potrebbe scoppiare e le perdite potrebbero essere consistenti.

La nostra inchiesta

Per capire meglio i meccanismi di vendita, nel novembre scorso, ci siamo presentati allo sportello di quattro grandi banche (Banca Popolare di Lodi (Banco Popolare), Intesa San Paolo, Banco di Brescia (Ubi Banca), Unicredit) come clienti interessati all’acquisto di diamanti. I consulenti ci mostrano sempre un grafico in cui si vede la curva delle quotazioni dei diamanti in crescita costante: sono però le quotazioni preparate dalla società stessa che vende i diamanti tramite la banca, pubblicate su Il Sole24Ore ogni tre mesi in uno spazio pubblicitario. Dando un’occhiata alle vere quotazioni internazionali (per esempio, il listino Rapaport), si può capire che il valore ha un andamento ben più volatile e che ci sono anche discese e picchi. Convinti di fare un buon affare, ci informiamo su come liquidare l’investimento. Chi ricompra il diamante quando voglio recuperare i soldi e realizzare il guadagno? La banca tranquillizza il cliente, dicendo che il diamante verrà riacquistato dalla società a cui si appoggia per la vendita e sorvola sul punto più importante: le commissioni da versare all’uscita. Vediamo cosa dicono in merito i contratti delle tre società che vendono diamanti.

  • Contratto di IDB: la società non ha alcun obbligo di riacquisto, ma solo quello di accettare dal cliente un mandato a vendere ad altri clienti IDB ai prezzi di quotazione. Mandato che dura 4 mesi, rinnovabili. Per il servizio sono previste commissioni comprese tra il 16% +Iva del prezzo di vendita (nel primo anno) e un minimo del 7% + Iva se la vendita avviene dopo 7 anni dall’acquisto.
  • Contratto di DPI: la società si impegna a rivendere il diamante e la commissione è del 10% +Iva del prezzo finale del diamante.
  • Contratto DLB: è l’unica società che non si impegna a rivendere il diamante e sarà il cliente a doverlo fare sul mercato. Bisogna dire che i prezzi di vendita dei diamanti di DLB sono circa la metà di quelli di DPI e IDB, ma quasi il doppio rispetto alle quotazioni internazionali. Il che non rende facilissimo recuperare l’investimento e tantomeno guadagnarci.

A conti fatti, si fa fatica a guadagnare e si rischia facilmente di perderci.

AGCM, Bankitalia, Consob e Antitrust: le nostre segnalazioni

Abbiamo segnalato queste pratiche commerciali scorrette all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, chiedendo la sospensione dell’attività e sanzioni per le società coinvolte. Le informazioni parziali o scorrette fornite dai consulenti non permettono al cliente di fare un investimento consapevole e per questo, grazie alle nostre segnalazioni, Consob e Antitrust hanno aperto delle indagini.